Dopo l’ennesimo anno trascorso all’estero, più precisamente in Svezia, sono attualmente ad Iglesias (Sud-Sardegna) da circa due settimane per passare un po’ di tempo con la mia famiglia e con i miei amici. Senza fare troppi giri di parole, il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo è che nonostante manchino ancora venti giorni alla mia partenza, avverto già il triste bisogno di andarmene.

Ogni volta che incontro la mia ex Professoressa di spagnolo Rosalba – alla quale va la mia gratitudine per i suoi insegnamenti – lei mi racconta di come dieci anni fa, quando tornai dal mio scambio interculturale in Svezia per completare le scuole superiori, spesso e volentieri mi trovava assorto nei miei pensieri a fissare il vuoto e guardarmi intorno, come una persona spaesata che non capisce cosa le stia succedendo intorno.

Ora, a distanza di dieci anni e con un briciolo di consapevolezza in più, è ancora così che mi sento: torno nella mia amata patria e, guardandomi intorno, non mi capacito di come tutto questo sia potuto accadere e, ahimè, continui ad accadere quotidianamente.

Piazza Quintino Sella – Iglesias (SU)

Vorrei farvi riflettere brevemente sull’importanza delle cose. Al centro della nostra principale piazza pubblica – Piazza Sella – troviamo una poderosa statua di Quintino Sella, pensateci un attimo. È un po’ come se fra 30 anni a Sarroch venisse eretto un grande busto di Massimo Moratti, dopo che con buone probabilità la Saras S.p.A. sarà già stata dismessa e avrà lasciato come unica eredità inquinamento e disoccupazione, mentre la famiglia Moratti si sarà assicurata ricchezze pressoché illimitate per le generazioni a venire. Del resto, ora tocca allo stato e a noi contribuenti pagare le bonifiche delle miniere a cielo aperto che contaminano le nostre falde acquifere, o pagare gli indennizzi per la silicosi dei nostri nonni, quando gli eredi di Quintino Sella hanno trasformato gli stabilimenti industriali di Biella in una banca, mica in una bottega da fabbro.

Dopo una lunga riflessione sono arrivato alla conclusione che se quella stessa identica piazza fosse stata in Svezia e non in Italia, al centro ci sarebbero stati volti quali quelli di Emilio Lussu, Giorgio Asproni, Antonio Gramsci, Mario Melis, Enrico Berlinguer, Attilio Deffenu etc. etc., o semplicemente una lastra con i nomi dei minatori fucilati dai gendarmi mentre lottavano per diritti che sono arrivati fino a noi; invece quella piccola lastra è nascosta dietro l’angolo in piazza municipio affinché noi, giovani e meno, potessimo dimenticare sangue e sacrifici dei nostri avi.

Proviamo a impostare il discorso su questa linea:

“Noi Siamo i temi ai quali diamo importanza e le questioni delle quali parliamo.”

Basterebbe forse questo a spiegare perché il nostro territorio stia lentamente cadendo in miseria?

Come parte del mio anno di intercambio in Svezia vivevo in una famiglia svedese e frequentavo lí, nella città di Uppsala, l’equivalente della nostra quarta superiore. Per me era tutto nuovo e entusiasmante: l’educazione, la pulizia, il decoro, il silenzio, la collaborazione, l’informalità, il rispetto della parola altrui… Potrei andare avanti con questa lista per ore ma c’è una cosa che più di tutte mi fece riflettere: la politica era un tema costante. Si parlava della Politica in famiglia così come in classe, e prima delle elezioni i partiti presentavano sé ed i propri programmi con garbo e ordine, a noi giovani adulti – molti dei quali non votanti perché non ancora diciottenni, nell’aula magna della nostra scuola. I temi all’ordine del giorno erano la povertà, lo sviluppo, l’integrazione, la sanità, l’educazione civica, la sostenibilità, i diritti, la democrazia… E questi argomenti erano impliciti in ogni materia studiata. Ricordo che il corso da me frequentato si sviluppava sopra un progetto umanitario per lo sviluppo sostenibile delle nazioni del terzo mondo principalmente in Asia e Africa. Questo progetto iniziava nel primo anno di scuola superiore e proseguiva fino al terzo, in Svezia l’anno del diploma. Per tutta la durata delle scuole superiori si organizzavano attività per la raccolta di fondi da dedicare a tale progetto, ed il tutto culminava prima del diploma con un viaggio dell’intera classe nella nazione in questione, al quale sarebbero stati inviati generi di prima necessità e dove sarebbero state poi implementate attività sanitarie, educative e d’istruzione. Questi erano i temi dei quali anche io iniziai a parlare quotidianamente senza nemmeno rendermene conto.

Prima di partire per la Svezia a diciassette anni, io vivevo nel mio piccolo mondo, desideravo una bella moto ed il calcio era per me una ragione di vita, volevo diventare un calciatore ed ero disposto a tutto pur di riuscire nel mio intento. Ricordo bene che quando sigarette e marijuana iniziavano a entrare in voga tra i miei coetanei a 16-17 anni, io ne ero attratto per una questione di pura conformità sociale, ma ciò non rappresentava un’incentivo tale da mettere a repentaglio le mie prestazioni sportive e quindi la mia passione per il calcio, e fu principalmente questo il motivo per cui ne rimasi lontano. Una volta rientrato dalla Svezia per frequentare la quinta superiore, forse stupiti dal mio repentino cambio di interessi, Patrizia e Giampaolo, amici di vecchia data della mia famiglia e gestori del piccolo bar dell’ITCG Enrico Fermi di Iglesias dove io studiavo, si divertivano a scherzare con me ricordandomi che appena un anno prima del mio rientro le uniche parole ad uscire dalla mia bocca erano goal, palla, assist, cartellini, serie a etc… Patrizia: “Enrico non esiste solo il calcio” e io: “è vero c’è anche il calcetto…” tutte parole che a distanza di un anno erano pressoché scomparse dal mio vocabolario. Ora, guardando indietro viene da ridere anche a me perché mi accorgo di come quelle parole mi rappresentassero nella mente di molte persone che mi stavano affianco, e ciò non perché le persone sapevano poco di me, ma semplicemente perché parlando solo di calcio, io ero diventato l’incarnazione di quelle parole.

Si può applicare lo stesso ragionamento ad un intero popolo?

Il sogno italiano

La nostra società (e io come parte di essa) è reduce da 30 anni di vallette, berlusconismo, letterine, ruote della fortuna, profitto, calciomercato, auto di lusso, grande fratello, PIL, Vittorio Sgarbi, superenalotto e spread. Questi sono i nostri temi, quelli trasmessi a reti unificate nelle nostre radio e nelle nostre TV, e questo è ciò che siamo diventati grazie al benestare della politica Italiana che raramente ha saputo proporre delle questioni nel nome dell’interesse collettivo, lasciando terreno fertile per la nascita della cultura dell’individualismo, del furbo, del figo, del ricco e del famoso a discapito del debole, dell’umile, del capace e dell’intellettualmente onesto. Morale della favola, al contrario della Svezia, in Italia non si può e non si vuole parlare di politica a scuola. Chissà se Massimo D’Azeglio intendeva questo per “… fare gli italiani”.

Ebbene si, mentre un giovane italiano parla di marijuana e droga, dieci suoi coetanei scandinavi parlano di lotta alla povertà; quando un ragazzo italiano vuole comprarsi una bella macchina, cento dei suoi coetanei tedeschi stanno pensando a come rendere più efficiente e sostenibile il trasporto pubblico; nel momento in cui una giovane ragazza italiana decide di prendere Chiara Ferragni come suo modello di vita, mille e più ragazze Olandesi si ispirano a Samantha Cristoforetti ed è così finiamo per dedicare statue agli Agnelli ed i Moratti di turno mentre i nostri figli non conosceranno mai la grandezza di Dario Fo e Zagrebelsky.

Dario Fo ci manchi

Con questo non intendo fare retorica, ma evidenziare una sfumatura predominante dei miei ultimi dieci anni di vita all’estero: la rilevanza dei temi.

ATTENZIONE: La rilevanza dei temi non va confusa con la loro popolarità.

Il modo in cui si veste Matteo Salvini è un argomento popolare e forse interessante per alcuni, ma totalmente irrilevante politicamente parlando. Il tema dell’immigrazione clandestina potremmo anche considerarlo rilevante, ma il vero tema che non passa per i nostri telegiornali è il post-colonialismo e la povertà indotta nel terzo mondo, causa degli stessi fenomeni migratori; anche i vaccini sono un tema rilevante, ma forse sono più importanti le lotte alla ludopatia, all’alcolismo e al tabagismo che tutt’oggi rimangono marginali, noiose e poco popolari.

Matteo il pompiere

Come dice Alessandro Di Battista, se si dice “cazzo Berlusconi finanziava cosa nostra” tendenzialmente le persone si scandalizzeranno di più per il “cazzo” che per il fatto che il loro ex presidente del consiglio avesse dei rapporti con delle organizzazioni criminali mafiose responsabili delle peggiori stragi del nostro paese.

Viviamo in una situazione d’illegalità diffusa ma nessuno ne parla per paura di compromettere se stesso e inceppare il sistema di cui fa parte, e così l’illegalità diventa socialmente accettata mentre furbi e disonesti fanno festa. Le persone non sanno più se certe infrazioni sono tollerate o se riceveranno una multa, i disoccupati dimenticano che non devono votare il politicante di turno per ricevere un posto di lavoro perché il lavoro è un loro diritto per costituzione, e gli imprenditori si convincono di essere onesti anche quando hanno dei lavoratori in nero. A furia di derogare alle regole siamo diventati incapaci di determinare una linea tra la nostra libertà e quella degli altri, costringendo il più debole e bisognoso a rinunciare alla propria.

Il più debole

Destra e sinistra non sono più temi, sono etichette, pretesti, armi nelle mani sbagliate. Quando chiesi ai miei genitori svedesi cosa pensassero del loro governo di destra, loro mi risposero “noi siamo di sinistra, ma questo governo sta facendo bene”. Non farti prendere per il culo dalle parole, cosa vuol dire progressista? Cosa vuol dire conservatore? Cosa vuol dire sovranista? Cosa vuol dire liberale? Ve lo dico io, sono solo scuse per non parlare dei temi che ci stanno a cuore affinché il popolo resti diviso.

Sono i tuoi temi, giovane amico e compagno di patria, a determinare la rilevanza e l’impatto delle tue azioni. Quando ti dicono “così sono gli italiani” o “l’italiano è un pezzo di merda” rispondi a voce alta “non dire cazzate”. L’irrilevanza e la superficialità dei temi che affrontiamo quotidianamente non sono scritte nel nostro DNA, ma piuttosto sono conseguenza dell’ambiente in cui viviamo. Chiunque tu sia, sappi che il tuo pensiero possiede “il dono del pesce rosso”: lasciato in una piccola ampolla, il pesce rosso rimane piccolo come il tuo mignolo, mentre se messo in un acquario grande come un lago, questo può raggiungere anche un metro di lunghezza. Se ti chiedi il perchè, non dimenticare che i piccoli pesci rossi oltre ad essere più graziosi, hanno anche bisogno di pochissimo cibo.

Enrico P.

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